L’affare Mondadori-Rizzoli: l’analisi di Amleto De Silva e John Tevis

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John Tevis – Amleto, era inevitabile che l’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori facesse parlare quelli che amano il libro. Io ho cominciato ad amarlo meno, il libro, ma è un problema mio. Molti hanno detto la loro, spesso in senso negativo. Così, sul social sono seguiti i commenti ironici e di sufficienza degli addetti ai lavori: col sopracciglio alzato, le hanno definite discussioni da “neo-tromboni” che credono di saperla lunga, o hanno fatto notare che nella sostanza non cambia nulla, perché le sigle editoriali restano quelle e funzioneranno come prima.

Amleto De Silva – Non penso che amare meno i libri sia un problema solo tuo. Ti confesso che succede anche a me, che sono cresciuto a pane e libri. È che quando stai lì a discutere di distribuzione, acquisizioni, editing, chitammuorting, alla fine ti passa la voglia. Aggiungici pure che molti degli scrittori italiani sono dei cialtroni talmente supponenti che ti vien voglia di distogliere lo sguardo al solo vederli, e il gioco è fatto. Dopo che hai visto un premio Strega o un Campiello, è ovvio che ti viene voglia di guardare Barbara D’Urso, che almeno ha un bel culo.

JT – Io penso che ognuno abbia il diritto di dibattere di quest’argomento, anche a sproposito, perché ha una rilevanza enorme. Quelli che ci lavorano dentro e ironizzano sul trombonismo di chi ne parla, devono tener presente che nemmeno loro sanno con chiarezza a cosa andranno incontro. Quando nelle aziende ci sono cambiamenti proprietari, accompagnati da ristrutturazioni e riorganizzazioni, con dichiarati intenti di ottenere risparmi di costo, gli ultimi a sapere le cose saranno proprio quelli che ci lavorano, se non stanno ai livelli dirigenziali chiave. Quindi c’è poco da ironizzare sulla scarsa cognizione di chi parla di questa faccenda. E quelli che dicono cose del tipo: «In sostanza non cambierà nulla, la linea editoriale mantiene la sua identità, la gestione proprietaria globale non c’entra con le singole attività», fingono di non capire – o forse non capiscono – che quando in azienda arriva un nuovo padrone, che ha idee chiare su una serie di cambiamenti, è impossibile che le cose restino come prima. Dunque, non si può pensare che le sigle editoriali acquisite – vedi Rizzoli, Bompiani, Marsilio – non subiranno influssi dal nuovo corso. Einaudi, che venne assorbita da Mondadori vent’anni fa, è rimasta quella di prima? È rimasta l’Einaudi che si ricordava nel Novecento, o la sua qualità è cambiata? Ce lo dicano, facciano le loro valutazioni.

ADS – Permettimi contraddirti: dare la colpa al padrone è sempre troppo facile. Quando parliamo di case editrici e scrittori non stiamo discutendo degli operai alla catena di montaggio. Che razza d’intellettuale, di scrittore sei, se dai la colpa all’editor, al redattore, all’editore, della merda che scrivi nei tuoi libri? Gli intellettuali si assumano le proprie responsabilità. Non vi piace Berlusconi? Andatevene altrove. Leggo certe porcherie che Berlusconi non scriverebbe neanche sotto tortura, e l’unica colpa degli editori è quella di lasciare che questi cialtroni pubblichino schifezze, soffocando quello che di buono c’è. Perché c’è eccome, ma se metti una cacca di cane vicino a una rosa, alla fine quello che senti è solo puzza di cacca di cane. Mettici pure che è un sistema chiuso, e che molti ragazzi che vorrebbero scrivere si rivolgono a me, che non conto nulla, per avere consigli, e stamm’ appost’.

JT – Be’, quando si ha l’ambizione di scrivere si ha anche quella di essere pubblicati. E questo significa, nella maggioranza dei casi, cedere alle richieste di omologazione degli editor e di chi decide. È il sistema che ti aggiusta, secondo la sua visione, e questa visione porta a modificare gli scenari che vedi in libreria. Anch’io, quando esordii quindici anni fa con un editore poi acquistato da Mondadori, mi sottoposi all’editing, che in quel caso era anche migliorativo. Ma immagino che la pratica si sia fatta sempre più invasiva e pervasiva, indebolendo la figura dell’autore. Perché il desiderio di uscire in libreria è forte, soprattutto quando arrivi da fuori e non conosci la vera natura di questo mondo.

ADS – Io insisto sulla mia ipotesi, quella che chi si rivolge a me ha bisogno di sentirsi dire qualcosa di positivo, e non lo dico perché sono ottimista. Io non sono ottimista, non lo sono mai stato. È che, statisticamente, qualcuno a cui sia rimasta la passione per la scrittura ci dovrà pur essere: perché non quelli che mi scrivono? E mi sento male a dovergli dire fai come ho fatto io, vai di self publishing, cerca di farti notare, anche perché io non sono arrivato da nessuna parte. Non che mi interessi, (parlo del gioco, non dei soldi e del successo, quelli mi farebbero comodo e piacere) ma resta il fatto che io so, e lo sanno loro, che la strada che faccio io è in salita: devi conquistarti i lettori uno alla volta, poi arriva uno scafesso qualunque in tv con un romanzetto scopiazzato e raggiunge in tre minuti un numero dieci volte di persone superiore a quello che tu potresti raggiungere in dieci anni.

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JT – Eh, qui mi torna in mente l’intervista de Il Libraio a Gian Arturo Ferrari (giusto rientrato in Mondadori), dove dice che avrebbe ricominciato «pubblicando meno libri. Ma sbaglia chi in questi casi aggiunge: “Porteremo in libreria solo i libri migliori”. Nessuno in questo settore ha la ricetta del successo. Se un libro è un bel libro lo si può sapere solo dopo il verdetto del pubblico».

ADS – E basta pure co sto cazzo di pubblico, però. Il pubblico è come un ragazzino di otto anni: è bellino, caruccio, ti dà tante soddisfazioni, ma se lo lasci solo a casa quello è capace che brucia un intero condominio, o peggio, manda una stronzata abissale in cima alla classifica. Un editore, uno scrittore, si devono preoccupare solo di una cosa, e basta: fare bei libri, o almeno dei libri onesti. Se non sei capace a venderli, non vuol dire che devi cominciare a pubblicare schifezze. Vuol dire che devi cambiare mestiere, tutto qui. Me ne accorgo andando in giro a parlare coi lettori: molti restano sconvolti perché non li tratti con alterigia o, peggio, perché si accorgono che è possibile divertirsi parlando di libri. Ti pare normale?

JT – È vero. Anch’io feci le mie presentazioni, ma mi stancai presto. Per la mia pigrizia di fondo e per il lavoro che m’assorbiva, e poi non avevo più passione. Sempre svogliato son stato, fra l’altro il mio curriculum scolastico è fatto quasi solo di sufficienze. Vorrei riprendere la passione, ma troppe cose son cambiate da quando l’avevo maturata, alla fine del secolo scorso. Ormai siamo a metà degli anni Dieci, e s’è scompaginato tutto, forse le cose sono cambiate troppo in fretta. Ma, comunque cambino le cose, la mediazione dell’editore resta indispensabile, secondo me.

ADS – E mica lo so, sai. Per dire, se mandi un libro a Mondadori e quello ti rifiuta, tu pensi, ma davvero tu rifiuti me e pubblichi Arisa? Francesco Sole? La reputazione, è un attimo che va a finire nel cesso, sai?

JT – Comunque, tornando al mega-gruppo, il suo obiettivo sarà principalmente quello dei volumi e del potere contrattuale. Il suo peso sulla distribuzione aumenterà, e per gli editori piccoli la guerra diventerà più dura. Gli spazi nei bookstore saranno più colonizzati, viste le sigle editoriali riunite. E la razionalizzazione dei costi porterà standardizzazione e omologazione, che difficilmente non andranno a danno della qualità. Che già soffre.

ADS – E chi se ne frega delle case editrici, possiamo dire. A me, in effetti, personalmente mi passa per il cazzo di loro: si vogliono suicidare, facciano pure. Il problema è che un Paese che accetta questo status quo è fottuto in partenza, e quando dico fottuto voglio proprio dire fottuto. Un paese che non invoglia la gente a scrivere, a studiare, a leggere, è finito. Senza speranza. Guardatevi intorno, guardate in Europa, guardate nel mondo: i nostri libri sono mediamente più scarsi, i nostri film, le nostre serie tv sono risibili, i nostri intellettuali fanno una figura di merda ogni singola volta che aprono bocca (non so se vi ricordate l’appello antiberlusconiano degli autori editi da Berlusconi). Assecondando i cepponi, quelli che fanno le feste in discoteca per la comunione dei figli da una parte, e i fricchettoni de sinistra dall’altra, ci siamo scavati la fossa con le nostre mani.
Io ho quasi cinquantacinque anni, e sono capace di fottermene. Mi siedo e guardo lo sfacelo, e vi assicuro che poter dire io l’avevo detto, non ci sono cazzi, è una bella soddisfazione.

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