Leonardo Colombati vs/ Massimiliano Parente. 7: commenti e polemiche mondane

Prosegue la serie di commenti – i più significativi – all’articolo pubblicato da Leonardo Colombati nel 2007 sul defunto blog Vibrisse.it, sotto la silente supervisione di Giulio Mozzi.
I testi che seguono non sono più disponibili in Rete.

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– commentatore

onestamente, caro colombati, di cosa ti lamenti? dopo quello che hai dichiarato sugli scrittori italiani – perchè le hai dette tu quelle cose, nevvero, su quanto siano dei poveracci puzzolenti di sugo – i suddetti letterati ti restituiscono la cortesia. eggià perchè nonostante tu sia uno dei tre salvatori della letteratura italiana e nonostante l’eleganza, in verità un po’ algida, della tua pagina e l’innegabile tecnica che la sorregge, alla fine, come ti è stato spiritosamente fatto notare, e spero non te la sia presa!, proprio tu all’amatriciana vai a finire. e poi, oltre tutto colto come sei dovresti saper distinguere tra scrittore e scrittore. essi non sono tutti uguali. o forse ogni tanto fai qualche confusione come il protagonista del tuo romanzo che invitato a capalbio, anni 90, dal suo amico, mitico snobissimo scrittore, si immagina, meschino, nell’atto di stringere la mano a giacomo leopardi. GIACOMO LEOPARDI. a capalbio, anni 90. una scivolata imbarazzante. be’, ce ne sarebbero altre – un’altra proprio dello stesso tipo: andando al casino, sempre con lo stesso mitizzato scrittore, il protagonista confessa: era come andare al casino con alessandro manzoni. ALESSANDRO MANZONI. un’ annotazione degna di alvaro vitali e non di uno come il protagonista che pure non è uno sprovveduto – legge amis, cita james, ammira molto originalmente pasolini. e potrei continuare. ma in ogni libro se ne contano tante, di scivolate. spesso, sono l’unica cosa divertenete. quindi, caro colombati, un po’ di umiltà non guasta e certi toni da parvenu – fatemi largo che adesso arrivo io e tutto il resto è noia – lasciali a parente. lui che è così coraggioso che attacca perfino il suo amico sgarbi. e gratis. perfino.

– commentatore “Fastidius”

posto che d’orrico non è un critico letterario,perchè uno che parla di “post pipernismo”,uno che ha scritto che faletti è il più grande scrittore italiano non è un critico letterario, ma un giornalista mondano e frivolo, alcuni passi contenuti nel lungo e noioso articolo mi sembrano piuttosto sciatti e scontati, della serie compiacere e stupire il lettore. insomma il SES qui sopra (Scrittore Elevato Sovrapeso) ha fatto una bella e credo riuscita operazione di sfondamento nel panorama degli scrittori che contano della nostra italietta letteraria, con piperno, moccia e compagnia bella. infatti di tutti i commenti qui sopra caga solo quello di parente, gli altri sono mica degni.
poi io tutti questi gran schizzi di fango non ce li vedo mica, a me sembra un po un piagnisteo questo articolo, tutto un vittimismo, forse è per questo che al SES ci piace tanto berlusconi, l’enorme eroe che ha fatto del vittimismo un’arma politica vincente.

– commentatore

Che cos’è il “post pipernismo”? O____o Cioè, fatemi capire: Piperno scrive un romanzo, lo pubblica, e già si parla di post “che”?
Ma è come inizia l’articolo D’Orrico che fa più ridere: “Pasolini avrebbe detto che è un «riccetto», per i capelli crespi e neri. […]” Sempre che si scomoda Pasolini. Sempre. C’è una mania generalizzata per cui tutto è rapportabile a Pasolini, dal materasso alla tomba. E poi giù di questo tono, tra Parioli e Berlusconi… Che diavolo di recensione-chiacchierata è mai? Una simile cosa poteva andar bene per un giornaletto di gossip, ed invece è finita altrove.
Anche come chiude il pezzo D’Orrico è d’una rarità espressiva che tocca il paradiso dantesco praticamente: “Ci sono anche Alessandro Piperno e Roberto Saviano e propongo un brindisi a tutti e tre: i salvatori della letteratura italiana.”
Ma non era Alberto Ongaro il più grande scrittore vivente italiano, secondo D’Orrico?
Fate un po’ di luce, per cortesia. Quand’è che finirà ‘sto medioevo? Guardo l’orizzonte e non c’è segno alcuno d’un Voltaire. Solo piccolissimi Dumas clonati all’infinito.

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– L. Colombati

Nel mio post segnalavo il fatto che alcuni critici letterari, per stigmatizzare quella che secondo loro era un’operazione-spazzatura in spregio alla letteratura, non hanno fatto altro che utilizzare quello stesso secchio d’immondizia che a parer loro aveva irritato i loro sensibili nasini. Senza aver letto un rigo del mio romanzo (o, in un caso, appena una cinquantina di pagine), i signori Parente, Paris, Scurati, ecc. si sono prodotti in raffinati insulti dandomi dello “stronzo”, del “supplì”, del “furbetto del quartierino” e del “figlio di palazzinari”.
Alcuni amici mi avevano consigliato di non replicare. Ma io ho scelto di farlo perché… perché sono fatto così: se non reagisco mi faccio il sangue amaro.
Ringrazio chi mi ha espresso solidarietà. E rispondo ad alcuni commentatori.
FASTIDIUS scrive che io avrei “fatto una bella e credo riuscita operazione di sfondamento nel panorama degli scrittori che contano nella nostra italietta letteraria, con Piperno, Moccia e compagnia bella. Infatti di tutti i commenti qui sopra caga solo quello di Parente, gli altri sono mica degni”. No, caro Fastidius, sei degno di risposta pure tu, come vedi; anche se sei un anonimo sotto pseudonimo che ironizza in modo originale sul fatto che io sia grasso, definendomi Scrittore Elevato Soprappeso. Lo prendo come un complimento: mi hai incluso in un elenco che comprende, tra gli altri, Balzac, Flaubert, Capote e Gadda.
MASSIMILIANO PARENTE, dopo avermi definito uno “stronzo” su Libero, scrive che:
1) partecipa a polemiche mondane solo se è pagato abbastanza ed ha carta bianca;
2) aggiunge di non capire “cosa c’entri il mio parere, l’indignazione, la ribellione, la critica violenta a ciò che è intollerabile con gli ‘sgarbini’”;
3) precisa che: “non sono mai stato a pranzo o a cena con te e Piperno e D’Orrico e Siciliano, ma se invitato, neppure ci sarei venuto”;
4) e conclude che “se per voi la letteratura è un gioco di società fate pure”.
Stamattina mi arriva una e-mail da parte di un giornalista di Libero (il giornale a cui collabora Parente) che mi chiede se io sia interessato a un’intervista/dibattito a Radio Padania “a proposito del nuovo libro e della discussione che si è sviluppata sul tema. Come altro ospite o controparte verrebbe Massimiliano Parente, visto che tra voi si è sviluppata un’interessante discussione – che è mio interesse mantenere in toni se non cordiali per lo meno educati durante la trasmissione”.
Allora mi viene da pensare che:
1) se Parente vuole partecipare a questa polemica mondano-radiofonica evidentemente lo fa perché è pagato abbastanza;
2) Parente non avverte – col fiuto che ha – puzzo di “sgarbismo” quando gli si propone una lite da pollaio che invece a me fa subito pensare ai finti duelli rusticani tra Sgarbi e Cecchi Paone;
3) Parente si vanta di non essere mai stato a pranzo o a cena con me (anche se ricordo che abbiamo fatto colazione insieme, una mattina, a viale Libia), ma ritiene che uno studio radiofonico sia meno compromettente di un ristorante o di un bar, come se parlare con qualcuno, sia pure con qualcuno che la pensa diversamente, abbia un senso solo quando ci siano più di cento persone ad ascoltare;
4) ha un concetto perlomeno elastico dei “giochi di società”.
(N.b.: Al giornalista ho risposto: “Grazie dell’invito, ma non sono disponbile”).
V. B. scrive che “Rio con la faccenda dei tinelli e associato al tuo amico Piperno col suo borghese proustiano e pipparolo mi sa di sberleffo alla miseria fuori tempo massimo”. È una reazione a una mia frase contenuta nell’articolo di D’Orrico: “Basta coi tinelli che puzzano di sugo”. Ora – mi sembra ovvio ma comunque lo spiego – con ciò non volevo insultare chi in quei tinelli mangia la pastasciutta, ma evidenziare il mio fastidio nei confronti di un clichè letterario. Secondo me (ma questa è una personalissima opinione), a monte c’è un certo cinema italiano, quello appunto da “tinello e cucina”. È un genere che è nato dalla scarsezza dei mezzi finanziari in cui versa il nostro cinema, ma che ha prodotto un’estetica fatta propria pari pari dalla narrativa.
Questo mi dà l’occasione di chiarire un altro punto. Rio è (anche, ma non solo) un libro che racconta l’ambiente borghese romano, ma se coloro che mi accusano di essere uno scrittore “ricchista” l’avessero letto si sarebbero accorti che il ritratto che faccio di quell’ambiente è tutt’altro che benevolo. Il palazzinaro che secondo Antonio Scurati sarebbe mio padre, e che invece è il padre del protagonista (una bella differenza!) non è certo quello che potrebbe definirsi un personaggio positivo. A pagina 68 scrivo: “Era un ex muratore: impossibile fregarlo. Andava in giro per i cantieri dall’alba al tramonto, sorvegliando le maestranze, controllando che neppure un granello di arena venisse sprecato, contando i mattoni ad uno ad uno, provandole tutte per risparmiare anche solo mezzo chilo di cemento. Aveva messo gli annunci su ‘Il Messaggero’: ‘Vendonsi appartamenti di tre camere e servizi. Massime facilitazioni di pagamento’, e ogni domenica se ne stava seduto su uno sgabello, davanti a un tavolaccio di compensato, ad aspettare che dalle borgate arrivassero i compratori, ai quali chiedeva un terzo in anticipo e il resto pagabile con le cambiali. In dieci anni di speculazioni edilizie aveva accumulato un gruzzolo sufficiente per permettersi una moglie laureata in Storia dell’Arte, un figlio, un paio di amanti, un villone con campo da tennis dalle parti di piazza Giochi Delfici, la casa a Cortina e al Forte dei Marmi, la Porsche, un costosissimo divorzio, e un’ostilità permanente da parte del predetto figlio, che poi sono io, io che mi faccio la barba e lo aspetto a pranzo come una maledizione”.
Verso la fine del libro, poi, il protagonista ragiona sulla malattia del padre dicendo: “È giusto così: dall’argilla al mattone, dal mattone alla polvere. È biblico. Perché mai l’intrico di speculazioni, accordi sindacali, temerari investimenti, conti all’estero, oblique società in accomandita, piani regolatori, sfruttamento della manodopera e capacità imprenditoriale che ha prodotto quella che con un po’ di moralismo siamo soliti definire ‘una fortuna’ non dovrebbe essere spezzato dalla spada gordiana della vecchiaia del fortunato, se non della sua morte?”.
Vorrei infine chiedere un favore a GIUSEPPE IANNOZZI e a LUCIO ANGELINI (per inciso, in passato ho avuto modo di dialogare sul web con il primo, ed è stata una bella esperienza; lo ringrazio per questo). Vi pregherei di non utilizzare questo piccolo francobollo che mi sono ritagliato per scambiarvi recirproci insulti. E lo faccio pretendendo (sommessamente) rispetto. Credetemi, non sono stati giorni piacevoli per me, questi ultimi; e malgrado si possa sempre fingere che gli insulti scivolino via senza lasciar traccia, purtroppo non è così. Questa polemica piccina può essere giudicata un inutile e insopportabile piagnisteo, una marpionata, una cosa scadente. Ma per me era importante farla; perchè accetto qualsiasi critica sul mio lavoro mentre non tollero che si cazzeggi sulla mia vita privata, sulle mie amicizie e sulle mie abitudini alimentari. Non mi sono fatto il mazzo per quindici anni per venire liquidato come un ciccione che divora code alla vaccinara in compagnia di furbetti del quartierino. Non ho mai usufruito di alcuna raccomandazione in ambito letterario (come il mio primo editore, Giulio Mozzi, potrà testimoniare); ho inviato il mio primo romanzo per posta ordinaria a venti editori, tutti a me sconosciuti, e ho avuto la fortuna (se volete chiamarla così) di essere pubblicato soltanto grazie ai miei – presunti, discutibili – meriti artistici; sono stato chiamato a collaborare a giornali e riviste sempre e soltanto da persone che non mi conoscevano ma che avevano apprezzato le cose che scrivevo; e negli ultimi tre anni ho conosciuto e stretto amicizia (anche) con molti scrittori, come credo sia naturale. Il fatto che queste amicizie siano messe alla berlina da degli imbecilli invidiosi (non di un inesistente successo o “potere”, ma di un sentimento che evidentemente sono incapaci di dare o ricevere) mi disgusta profondamente. Parlare di “mafie” e “conventicole” è prima di tutto fuori dalla realtà e in secondo luogo offensivo.

– Commentatore

Caro Leonardo,
moltissimi scrittori italiani (e non solo gli emergenti, ma anche quelli consolidati) sono pronti a farsi intervistare da D’Orrico. Siamo sinceri, il “Magazine” del Corsera è il più venduto dei panini dei quotidiani (oltre al “Venerdì” di Repubblica). E’ logico che RCS, editore del tuo romanzo, debba garantire una promozione commerciale ai propri prodotti. In gergo aziendale, si parla di sinergia. Lo fa Panorama con i libri Mondadori, ad esempio. Non è pubblicità occulta, ma quasi.
E’ chiaro che la cosa dia fastidio a quanti pubblicano libri con piccoli editori non dotati della stessa potenza economica-commerciale garantita ovviamente dalle majors. Per dirla in gergo discografico, sarebbe come se la Rough Trade volesse competere con la Warner Bros o la CBS. Lo sfogo rabbioso dei colleghi, scaturito nei vari articoli pubblicati, mi ricorda le polemiche dei vari movimenti punk contro Joe Strummer, Mick Jones & Co. per il fatto che i Clash scelsero di firmare un contratto discografico con la CBS e non con l’ennesima piccola etichetta indipendente.
Perciò, caro Leonardo, fregatene alla grande. Anche se ci divide (tra le tante cose) il tifo calcistico, da interista verace dico soltanto che se la vittoria è ormai certa, ce la dobbiamo godere. Tu l’hai goduta nell’anno d’oro dello scudetto di Capello con Totti, Martello Zanetti, Batigol, e così via. Io me la godo adesso col Fenomeno Ibra e la banda serba del prode Mancio. Semplicemente sei passato da uno stadio all’altro della tua carriera di scrittore: da un piccolo ad un grande editore, con tutto quel che ne consegue. Te lo sei meritato. Questo è un dato di fatto. Vai avanti per la tua strada. E se qualcuno ti critica per il fatto che scrivi su Il Giornale, che critichi pure. Esiste la libertà per farlo, ci sono altre persone che scrivono nelle pagine culturali de Il Giornale, ma che mantengono il loro spirito libero e sono rispettate per la loro grande caratura morale: mi riferisco a Choukhadarian (che scrive anche per Repubblica – edizione di Genova!) e a Giuseppe Conte.

– commentatore “Orneore”

Caro Colombati, le “mafie” e le “conventicole” esistono, invece, non sono affatto “fuori dalla realtà”. Sono molto dentro la realtà e la determinano pure. Come in tutti i settori, del resto.
Inutile, quindi, sparare così ingenuamente una falsità così grossa, solo per l’effetto retorico che ne può sortire.
Non siamo nati ieri, Colombati.

– L. Colombati

Gentile Orneore, quando si parla di “mafie”, al di là del dato penalmente rilevante, si presuppongono gruppi di persone che associandosi sviluppano un potere per trarne dei vantaggi o per condizionare il mondo in cui operano. Allora facciamo così. Lei adesso mi cita un caso – uno – in cui io abbia agito “mafiosamente”, con l’avvertenza che se può farlo e vuole farlo dovrà farlo non con uno pseudonimo dietro il quale lei si possa nascondere per lanciare calunnie ma con un nome e un cognome veri, così che io avrò la libertà di querelarla se lei dirà il falso. Accetta?

– commentatore “Orneore”

Colombati, lei sta dimostrando di aver perso il controllo.
Io non ho affatto detto che lei appartiene a una “mafia” o “conventicola”. Né che lei abbia mai agito “mafiosamente”.
E’ chiaro?
Ho detto che le mafie e conventicole “esistono”. Ed esistono in molti settori dell’economia, compreso quello editoriale. Dicendo che esse “sono fuori dalla realtà”, lei dice una grossa sciocchezza, dettata dal fegato e non dal raziocinio.
Non insista su questo punto, la prego, altrimenti finisce per parodiare certi film ambientati in Sicilia.

(segue)

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