Leonardo Colombati contro tutti. 5: D’Orrico, Berlusconi, Omero, ricchi e palazzinari

Nella parte conclusiva dell’articolo-contumelia pubblicato nel 2007 sul defunto Vibrisse.it, Leonardo Colombati torna a citare Antonio D’Orrico, vera pietra dello scandalo in questa diatriba pseudo-letteraria.
Scrittori ricchisti e scrittori poveristi, quartiere Parioli, palazzinari, clochard, D’Alema, Berlusconi, I Buddenbrook e Omero: un rimescolone notevole, il cui filo conduttore porta ai soliti vizi
della società letteraria nostrana, nella versione capitolina.

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Questo, quanto all’emerso. Ma c’è pure il sommerso: decine di e-mail, di telefonate e di sms tra il livoroso, il paternalistico e lo sdegnato (c’è stato anche un critico che ha inviato il seguente sms al suo giro di amici: “Colombati pagherà caro, pagherà tutto). Il motivo? Sta nel fatto che io abbia dichiarato a D’Orrico: “Rivendico la grandezza di Berlusconi dal punto di vista professionale: è un personaggio enorme”. Nel romanzo, il protagonista chiede agli scrittori radical-chic di Capalbio: ma non vi rendete conto che Berlusconi è l’unico mito che questo paese ci ha regalato negli ultimi vent’anni? Un dono del cielo così come Kennedy e Hoover lo sono stati per la letteratura americana? O forse avete intenzione di scrivere il romanzo definitivo sulle ganascette di Prodi, sulle sciarpe di Scalfaro, sugli origami di D’Alema? Apritevi alla Bellezza di ciò che è Osceno, fateci intendere che ne godete!”.
Proprio ieri, un noto scrittore che peraltro stimo (e continuerò a farlo) mi ha “convocato” per chiedermi delucidazioni su questo passo del libro. Gli ho detto, semplicemente, che se dovessi scrivere un romanzo su un politico italiano l’unico candidato sarebbe Berlusconi. Al che, il noto scrittore ha replicato: “E D’Alema?”. Non ho saputo cosa dire. Esiste una risposta ad un’obiezione del genere?
Insomma, avendo scritto di un figlio di palazzinaro che vota Berlusconi e tenta di fare – squallidamente – la gran vita, sono diventato un fascista, un “ricchista”, e non importa (visto che nessuno dei critici summenzionati si è dato la briga di leggere il libro) che il protagonista finisca male e che l’ambiente altoborghese romano sia descritto piuttosto impietosamente. In Italia, quando si vuole offendere uno scrittore basta dirgli che scrive “romanzi altoborghesi”. E infatti lo scrittore avveduto – quest’animale vanitoso e sensibile – fa di tutto per prevenire questa iattura, mettendo in scena i personaggi più disparati, serial killer, registi in crisi, amanti disperati, clochard, tagliaboschi, rivoluzionari, che hanno tutti un comune denominatore: non è dato sapere di cosa vivano. I soldi, si sa, puzzano, ed è così volgare parlarne! E a nulla vale obiettare che servono, eccome, e che di solito sono il movente principale dell’amore e dell’odio, della felicità e del delitto; insomma della commedia e della tragedia. Zac!, bisogna dimenticarsi dell’Avaro, del Mercante di Venezia e dei Buddenbrook.
Ho citato la commedia e la tragedia. Sono due generi letterari che molto spesso (troppo spesso) la narrativa italiana elude e la nostra critica schifa.
Sono proprio sfortunato. Perché si dà il caso che nelle intenzioni Rio dovrebbe essere un romanzo tragicomico.
Omero avrebbe potuto essere il precursore della commedia con il Margite così come l’Iliade e l’Odissea formarono il genere tragico. Purtroppo del Margite sappiamo solo che era un poemetto comico di cui abbiamo solo pochi accenni indiretti. Platone racconta che il protagonista “sapeva tante cose, ma tutte male” e che era un buffone, un ciarlatano e un uomo maldestro. Il dio della letteratura ha deciso che Omero dovesse diventare il padre della tragedia e condannò il riso ad ascendenze più modeste. Trenta secoli dopo, qui da noi in Italia, tutti i libri che puzzano di commedia e che fanno ridere sono guardati con sospetto. Molti dei nostri critici letterari assomigliano al monaco bibliotecario de Il nome della rosa, quel Jorge de Burgos che avvelena le pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, perché potrebbe insegnare che “liberarsi della paura del diavolo è sapienza”.
In molti, in questi giorni, parlano di me come uno scrittore del disimpegno perché ritengo, ad esempio, che la commedia cinematografica italiana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta abbia spesso saputo raccontare il nostro paese meglio di tanti romanzetti post-neo-realisti e pseudo-sperimentali. Ricevo quest’osservazione come un insulto: io sono uno SCRITTORE IMPEGNATO, eccheccazzo! M’impegno a scrivere (e, per farlo, a studiare) molto di più di certi signori che tra una presentazione e una cena in terrazza alzano il ditino e mi fanno la morale. Quanto vorrei legarli alfierianamente ad una sedia e costringerli a farsi il culo la metà di quanto me lo sono fatto io!
Mi direte: “Non fare il tragico!”. È un buon consiglio. Infatti, se la commedia è da evitare, è comunque consigliabile eludere pure il ricorso alla tragedia. In questo genere letterario due antagonisti si affrontano, ciascuno spinto da una propria verità parziale per la quale è pronto a sacrificare la propria vita e soprattutto a sacrificare quella dell’avversario per vederla trionfare. Nessuno dei due, è dunque colpevole. Liberare i grandi conflitti umani dalla semplicistica interpretazione che li riconduce alla lotta fra il bene e il male è stata un’immensa impresa dello spirito. Ma la vitalità del manicheismo morale è invincibile. Secondo i campioni del politicamente corretto, la storia va vissuta come una lotta tra i giusti e i colpevoli, quindi il consiglio è: state dalla parte dei buoni, oppure, ancor meglio ergetevi ad autorità avide di castigo.
È davvero curioso che l’unica voce che si è levata per difendermi dall’accusa di essere uno spregevole berlusconiano con la camicia unta di sugo sia stato Il Giornale. Ha scritto Caterina Soffici il 13 marzo: “Prendete uno scrittore che è pro Pacs, pro aborto e pro divorzio. È favorevole alla ricerca bioetica purché non sconfini nell’eugenetica, preferisce Croce a Gentile, Gramsci a Evola e tra i suoi autori preferiti ci sono Fellini, Pasolini, Saul Bellow e Garcia Marquez. Scrive dotti articoli su Nuovi Argomenti, ha sempre votato radicale ed è pure tesserato della Roma da quando aveva quattro anni. Domanda: questo scrittore è di destra o di sinistra?”.
Io vorrei che si rispondesse: è uno scrittore. Punto.
Ma siamo in Italia, purtroppo.

[Da qui in poi verrà pubblicata la sequela di commenti, più o meno velenosi, che si srotolarono in questo post di Vibrisse.it, sotto la silente – non sappiamo se ocompiaciuta – supervisione di Giulio Mozzi. I testi che seguiranno, non essendo più disponibili in Rete, sono da considerarsi attualmente un’esclusiva.]

(segue)

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One thought on “Leonardo Colombati contro tutti. 5: D’Orrico, Berlusconi, Omero, ricchi e palazzinari

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