Dall’archivio: la lite Leonardo Colombati / Massimiliano Parente, con antefatto di Antonio D’Orrico. 2

Tratto da una dispensa di Oblique Studio del 2008, riproponiamo qui il racconto dell’antefatto di una grossa lite – officiata da Giulio Mozzi, dominus di Vibrisse.it, sito non più esistente – avvenuta l’anno prima fra l’allora caso letterario Leonardo Colombati e Massimiliano Parente, con il corollario di altri agguerriti commentatori.

Qui vengono spiegate le situazioni che prepararono il terreno allo scontro che documenteremo – attualmente in esclusiva, poiché i testi non sono più disponibili in rete.

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D’Orrico, l’uomo che urla al megafono (2)

Fondamentale, allora, riassumere brevemente iprecedenti casi dorrichiani. Utile per allenare l’occhio a leggere oltre il semplice articolo, a capire le dinamiche dei “botta e risposta” giornalistici o le motivazioni che spingono a schierarsi pro o contro un determinato autore e a far sì che un libro diventi un caso letterario.

Rosa Matteucci
Il 4 settembre del 2003, su Sette, D’Orrico scrive: «Viva Anna Karenina e abbasso chi, come ha fatto una poveretta pubblicata da Adelphi, la nomina invano nel titolo di un suo libro orribile (ma anche dire orribile è dire troppo, in altre civiltà per reati molto meno gravi di questo tagliano le mani)…».
Il libro in questione era Libera la Karenina che è in te di Rosa Matteucci, edito da Adelphi. Libro di un’autrice colta ma certamente anomala rispetto al panorama letterario italiano. Ma è indubbio che definire “poveretta” un’autrice pubblicata da Adelphi, e ironizzare sulla legge del taglione per il reato di lesa letteratura, è un segno di cattivo gusto.

Luca Masali
Nel caso del romanzo L’Inglesina in soffitta di Luca Masali, D’Orrico prova a utilizzare un altro tipo di provocazione, non più nei confronti della critica letteraria di sinistra (verso la quale lancia ciclicamente frecciate aperte), ma direttamente nei confronti di un editor di una certa caratura, Giulio Mozzi: «Luca Masali, scrittore di fantastoria come correttamente dice Giulio Mozzi (che è il suo procuratore-allenatore-produttore) […] se fossi l’editore farei una seconda edizione dopo un editing spietato».
Nessuno se n’era accorto forse, ma oltre ad essere un giornalista, un critico letterario, un sottile politologo, scopriamo che D’Orrico ha anche da insegnare a Giulio Mozzi come si fa l’editor.

Giorgio Faletti
D’Orrico lancia nel 2002 Io uccido di Faletti con una memorabile copertina su Sette definendolo «il più grande scrittore italiano». Faletti era stato in televisione, a Sanremo per giunta, palcoscenico ideale per entrare nelle case degli italiani. Faletti aveva scritto un libro. E D’Orrico entra nelle case dei lettori “popolari” per suggerire cosa sia la vera letteratura italiana. Ne risulta più un’operazione di marketing che un’operazione di cultura.

Tullio Avoledo
Passa pochissimo tempo dal lancio di Faletti che, il 16 gennaio 2003, in risposta a una lettera di Giulio Mozzi, sempre su Sette, D’Orrico lancia il caso Avoledo. Il titolo dell’articolo sull’ultimo libro di Avoledo, L’elenco telefonico di Atlantide, è quasi un imperativo categorico: «Avete letto Faletti? Bene ora leggete Avoledo». Perché Faletti è sì il più grande scrittore italiano, ma anche Avoledo «è un grande»!
Certo, non con le cifre raggiunte da Faletti, in ogni caso Avoledo vende in poche settimane ventimila copie.

Alessandro Piperno
Il 10 febbraio 2005 D’Orrico segnala Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno presentandolo come il Proust italiano. Nelle classifiche arriva subito dopo il Papa, García Márquez e Dan Brown. Ottantamila copie vendute in soli quindici giorni.
Partono dibattiti accaniti su stampa e tv, blog e siti internet. Un articolo della Repubblica riporta che «Alessandro Piperno, in una recente intervista – anche questa oggetto di critiche velenosissime – ha dichiarato che tutto questo successo lo sta facendo sentire depresso, afflitto da crisi di panico, tanto spaventato da mettere il cane di guardia davanti alla porta di casa».

Paolo Doni, ovvero Giuliano Zincone
Sul Magazine del Corriere della Sera del 16 marzo 2006 D’Orrico afferma di aver scovato «il nuovo Nabokov», un autore che scrive con lo pseudonimo di Paolo Doni a cui D’Orrico dedica ben sei pagine di anticipazione del suo libro: Ci vediamo al Bar Biturico (edito da Guanda).
E qui D’Orrico dà il meglio di sé: «A questo punto sento già l’obiezione, anzi la duplice obiezione. Eh no! Prima l’evocazione di Lolita, addirittura sbattuta in copertina. Poi il trucco dello pseudonimo che scatenerà i cronisti alla caccia del vero autore. Qua nessuno è fesso, questa è una preordinata manovra di marketing. In una parola: un vero e proprio complotto. Giuro su quanto ho di più caro al mondo (la testa di Philip Roth) che non è così. La scelta di griffare Ci vediamo al Bar Biturico con uno pseudonimo è dovuta a ragioni sintetizzate dal vecchio adagio: “Chi si ferma è perduto”».
Il nuovo Nabokov altri non era che Giuliano Zincone, amico e collega di Antonio D’Orrico proprio al Magazine del Corriere. Dunque ecco rispuntare il Marketting. Si scopre poi, come ha rivelato l’editore Luigi Brioschi al Mattino, fu lo stesso D’Orrico a portagli il dattiloscritto. Colpito «dall’originale rielaborazione del mito lolitiano» si è deciso per la pubblicazione: «Anche perché – continua Brioschi – oggi si trovano autori italiani sempre più interessanti e c’è una situazione più in movimento, grazie anche agli stimoli della critica». Che lo stimolo critico si sia trasformato in Marketting? E intanto Guanda mandava in ristampa nuove copie.

(segue)

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