Dall’archivio: la lite fra Leonardo Colombati e Massimiliano Parente, con l’antefatto di Antonio D’Orrico. 1

Tratto da una dispensa di Oblique Studio del 2008, riproponiamo qui il racconto dell’antefatto di una grossa lite – officiata da Giulio Mozzi, dominus di  Vibrisse.it, sito non più esistente – avvenuta l’anno prima fra l’allora caso letterario Leonardo Colombati e Massimiliano Parente, col conseguente corollario di altri agguerriti commentatori.

Di seguito vengono spiegate le situazioni che prepararono il terreno allo scontro che documenteremo – attualmente in esclusiva, poiché i testi non sono più disponibili in Rete.

ANTONIO D'ORRICO

D’Orrico, l’uomo che urla al megafono

«Questa edizione dei Romanzi di Pratolini (Mondadori, pag. 1655, 70mila lire) è così piena di refusi da risultare comica. Va bene che ormai i libri sono come i detersivi, ma in giro non vediamo in vendita fustini di Dixan con i pidocchi. Se la nostra fosse davvero un’industria culturale ci sarebbe materia perqualche provvedimento…».

Era il 1995, l’allegato del Corriere della Sera si chiamava ancora Sette, Berlusconi aveva appena messo le mani sulla Mondadori e un nuovo tipo di marketing editoriale iniziava a delinearsi con critiche giornalistiche sempre più aggressive e irriverenti. Antonio D’Orrico iniziò a imporsi alla stampa con decine di pagine su nuovi autori da coccolare, e decine su quelli da stroncare. Nasce allora, forse, il personaggio che ancora oggi di vide i giornalisti della stampa di tutta Italia.

Una penna, D’Orrico, che scrive un nuovo tipo di critica letteraria, quella che in tanti definiscono Marketting, commenti spietati o esaltazioni forzate di libri, scrittori e stili letterari. Un modo di imporre un giudizio, più che suggerirlo. Un modo forse eccessivo di costringere anche le altre testate giornalistiche a rispondergli con giudizi altrettanto schierati. Un Marketting che troppo spesso è teso a creare una sorta di rumore mediatico attorno ad amici, colleghi, protetti. Quasi un nuovo modo di concepire l’ufficio stampa. Che dalla finestra di una sola testata costringe la restante parte della stampa a parlare del fenomeno letterario del momento, fenomeno ovviamente scoperto da lui.

Il punto di partenza ineludibile è D’Orrico, e il suo inconfondibile modus operandi: dai suoi articoli emerge infatti “l’Affaire Cappelli”, e nasce un caso piuttosto prevedibile. Prevedibile per il modo in cui i giornalisti di mezza Italia ingaggiano una gara a chi recensisce per primo la recensione di D’Orrico. Prevedibile nella sovraesposizione mediatica, arrivando a far schierare anche il popolo di internet e i giornalisti televisivi. Prevedibile nella durata: cinque mesi di presenza sui giornali con continui richiami dorrichiani sul Corriere ogni qual volta sembra scemare l’interesse. Prevedibile nelle tempistiche di lancio approfittando di storie di attualità per propinare l’autore del momento, agganciarlo a fatti di cronaca e di costume. Prevedibile negli autori promossi: troppo spesso amici di amici, oppure colleghi sotto nomi fittizi o personaggi che sono stati in televisione o sono legati a una casa editrice (nel caso di Cappelli alla Marsilio) che fa parte dello stesso gruppo finanziario del Corriere della Sera, la Rcs. Recensioni che sfociano nella politica, che obbligano la controparte a rispondere con altrettanta verve (come nel caso di Colombati, ora autore Rizzoli). Prevedibile anche il flop del “caso Cappelli”. Perché ormai tiene più banco la critica al recensore che al recensito. Perché sì, D’Orrico risulta anche simpatico, ma la sovraesposizione ha anche un rovescio della medaglia: stanca. Perché le cose non potevano che andare così.

(segue)

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