File 372/2: Michele Serra e gli sdraiati

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Nell’ultima opera letteraria, il romanzo Gli sdraiati (Feltrinelli 2013), Michele Serra peggiora visibilmente il suo già declinante orizzonte critico, andando ad avvitarsi in una sorta di “invettiva abortita” che, purtroppo, ha reso inevitabile il declassamento del rating.

Qui il tono narrativo adottato dall’autore, tipico di una certa pubblicistica improntata al moralismo di sinistra, scivola verso un repertorio di lamentazioni che richiama l’antico profeta Geremia e il suo famoso Libro contenuto nelle Sacre Scritture.

Là, il messaggio di Geremia toccava temi scomodi e scottanti, da cui la sua fama di profeta disfattista e “sventurologo”, considerato pericoloso per il morale e l’unità della nazione. Ovviamente nessuno lo ascoltava, perché erano più attraenti le parole dei falsi profeti che promettevano un futuro di pace e prosperità: circostanze che, dall’Antichità a oggi, sembrano non aver subìto evoluzioni rilevanti.

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Il profeta Michele Serra, infatti, da decenni ci ammonisce sulla pericolosa deriva che sta facendo scivolare il Paese verso un fatale punto di non-ritorno. E nel romanzo Gli sdraiati sembra affinare la propria inclinazione – quasi virtuosistica – verso la profezia di sventura:

Vedo motorini schiantati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale. Leggo con avidità masochistica le cronache esiziali del tuo branco, quelli schiacciati nella calca dei rave-party, quelli fulminati dagli intrugli chimici, quelli sgozzati in una rissa notturna in qualche anonimo parcheggio in discoteca, quelli pestati a morte da gendarmi indegni della loro divisa.

Oltre a elencare le cose peggiori che possono capitare a un adolescente, condensandole in poche righe, Michele Serra si mette a osservare al microscopio il giovane figlio, classificandolo in un tipo antropologico che dorme quando il mondo è sveglio, e sta sveglio quando il resto del mondo dorme. Da qui il titolo, evocativo, “Gli sdraiati”.

L’acrimonia dell’autore si fa pungente quando egli s’interroga su cosa non ha funzionato, su quale veleno ha intossicato – forse irrimediabilmente – questa giovanissima generazione, così lontana da com’era il mondo fino all’altro ieri, quando L’Unità era l’organo di un partito che poteva guidare l’Italia, quando la scuola ancora funzionava, quando l’analfabetismo di ritorno non aveva esteso la sua infezione, quando era importante ridere leggendo Tango prima e Cuore dopo, quando chi era intellettuale ed era di sinistra poteva ancora contare qualcosa nel Paese.

Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. (…) Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani, sono rivoltati da ogni tuo singolo passo.

Questa sequenza esemplare, tratta dalle prime pagine, non solo rappresenta in poche righe la vocazione radical-chic (“il tappeto kilim”), e anche operaista, terzomondista e mondialista (“Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani”) di molta Sinistra italiana, ma sembra richiamare in modo diretto l’incipit del famoso film dei fratelli Coen Il grande Lebowski.

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Lì il protagonista torna a casa e trova due energumeni che lo prendono a botte e gli infilano la testa nel water; poi, prima di andarsene, uno dei due si sbottona i pantaloni e orina sul tappeto del soggiorno. Proprio questa immagine sembra rappresentare in modo icastico lo stato di “violazione” personale che l’autore esprime per il tappeto gualcito.

Il figlio, visto come rappresentante della categoria antropologica “sdraiata”, quando cammina e si muove e agisce nel mondo sembra dunque deformarne e danneggiarne i profili e le superfici, senza alcun riguardo verso coloro che i contorni di quel mondo hanno tanto faticato a definire.

Serra guarda questa “evoluzione” della sua specie con costernata mestizia, che nasconde a malapena la rabbia nei confronti delle forze e delle icone che ne hanno gradualmente sgretolato il terreno di coltura.

(2- segue)

[ – qui la prima parte ]

 

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4 thoughts on “File 372/2: Michele Serra e gli sdraiati

  1. Bella analisi. Per me rimane il fatto che Serra è in ritardo di vent’anni. Parla degli adolescenti di allora, temo non sappia nulla di quelli di ora. È rimasto a personaggi di Ferie d’agosto di Virzì.

  2. Pingback: File 372/1: fenomenologia di Michele Serra | TEVIS & PARTNERS

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