File 111/1: rating di Margaret Mazzantini

Mazzantini1Dopo aver sottoposto ad analisi Splendore, il suo ultimo romanzo pubblicato nel 2013, per Margaret Mazzantini è stato inevitabile un ulteriore declassamento del rating.

Già con le due precedenti prove narrative, uscite entrambe nel 2011, si era dovuto operare un downgrading dell’autrice, che era scesa al livello AA, dal precedente AA+.

nessuno-si-salva-da-solo-e1354622725692Nel romanzo Nessuno si salva da solo (Mondadori 2011) si descriveva la pesante crisi di una giovane coppia contemporanea, narrata nell’arco di una serata trascorsa al ristorante per riallacciare i discorsi rimasti in sospeso e analizzare le cause della separazione. Lì l’autrice ripropone gli stilemi dei romanzi precedenti, che tanto successo avevano avuto, calcando però la mano sulla crudezza del linguaggio e sulla velocità e brutalità espressiva, nell’evidente tentativo di dare incisività all’operazione.

«Durante i primi baci con la lingua gli aveva fatto sentire i denti consumati dall’acidità del vomito».

L’incompatibilità maturata fra i due personaggi, che è al centro dell’impianto narrativo, viene dispiegata e descritta con espressioni forti, a tratti volutamente scabrose, in una sorta di “esibizione dello sgradevole”, che sembra puntare a un estetismo letterario originale.

«lo esaltavano le deformità, le macroscopie, le gravidanze plurigemellari dove i feti sembravano formiche nei buchi».

Ma questa corsa alla mimesi del narrato, al realismo spinto, alla ricerca della verosimiglianza a tutti i costi porta a eccessi che, alla resa dei conti, sembrano denunciare una debolezza artistica di fondo, che nella stesura del romanzo si fa sentire.

«anche le lingue erano piene di rabbia, due spade medievali. Come si fa a fare l’amore con il ferro? Ci vorrebbe il cazzo di Iron Man».

«diarrea da diluire in sei puntate».

978880614268MEDPurtroppo, questa rozza ricerca di originalità finisce per produrre l’effetto opposto. Sembra di rivedere le prodezze della letteratura “cannibale” in voga una quindicina d’anni fa (Niccolò Ammaniti, Aldo Nove ecc.); ma il paragone non può reggere, perché l’esperienza pulp di allora era comunque permeata da un distanziamento ironico che in Mazzantini è assente. Qui l’autrice s’impegna in queste performance credendo davvero nella loro drammaticità, senza rendersi conto di scivolare spesso nel grottesco.

«polluzioni fuori programma per sogni bagnati».

«Ore di baci. (…) Vermi caldi, incollati di torpore, che si lasciano cadere, scivolare. Lui s’infilava in quella bocca e ci cadeva, muoveva la lingua come una pala nella polenta».

In sostanza, c’è una storia d’amore che viene analizzata nel suo naufragio attraverso una scrittura che vuol essere “corporale” a tutti i costi, con un’ansia di realismo “impattante” che, purtroppo, non riesce a trovare una naturalezza espressiva. In più, a differenza delle prove narrative precedenti, qui la psicologia della coppia non riesce ad assumere spessore, ma si appiattisce nella volgarità di due persone che si ripiegano sull’ombelico dei loro bisogni e dei loro fallimenti, apparentemente ciechi verso tutto ciò che è stato il loro terreno di coltura.

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Valutazione non migliore ha suscitato l’altro titolo apparso lo stesso anno, Mare al mattino (Einaudi 2011). Lì si offrono due storie a confronto, che provengono da due mondi diversi, uno al di qua e l’altro al di là del mare, col dramma dell’immigrazione clandestina a fare da nerbo all’impianto drammatico.

Il libro, molto breve, sembra un insieme di pennellate sparse, più che un quadro compiuto. La sensazione è che l’autrice si senta ormai un’artista affermata che non necessita più di dare organicità all’opera, essendo sufficienti i suoi pochi gesti – non necessariamente coordinati – per creare una legittimazione creativa riconoscibile e riconosciuta.

«La gente privata di se stessa perde i confini, massa al muro può confessare un omicidio che non ha commesso».

Ogni pennellata, qui, sembra intendersi come gesto artistico in sé, al di là della plausibilità letteraria, che viene data per assodata. In questo, sembra che Margaret Mazzantini tenda a scimmiottare – forse inconsapevolmente – alcuni criteri creativi di Erri De Luca, del cui minimalismo spinto d’impronta ideologica ci siamo già occupati.

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Un esercizio di “concentrazione” narrativa che in parte rimanda alla poetica – ormai logora – di quell’autore: anche qui, infatti, c’è il simbolismo del mare e degli animali (come in Storia di Irene) e c’è il ricamo di frasi brevi e spesso aforistiche.

«…la storia è un millepiedi e ogni piede tira l’altro, e in mezzo c’è il corpo nostro».

Il problema è che in questo libro di Mazzantini la bellezza ricercata nelle parole – frasi brevi, stile asciutto e sorvegliato – prevale sulla sostanza della storia, quasi dissolvendola. La brevità, esercitata programmaticamente, non dà modo di costruire e compiere un percorso, e somiglia più a un esercizio stilistico-estetico. La storia narrata, pur struggente nella concezione, rimane frammentata e poco approfondita, con i personaggi che restano nell’aura del diafano.

«Gli anni passarono in quella lotta vana. Perché vane diventano le parole ripetute troppe volte. I pensieri sono un gas cattivo.»

L’argomento della mamma e del bambino fuggiti dalla Libia su una carretta del mare sembra scelto per essere struggente e per colpire; ma ciò che essi provano durante il viaggio viene narrato per sprazzi visionari, che appaiono mere proiezioni dell’autrice. Cosa più che legittima, trattandosi di un’operazione somigliante a un esperimento artistico, che è fatto – appunto – di pennellate. E non sfugge che il tema “terzomondista” appare consono alla collana Einaudi Stile Libero, nella quale il libro è stato eccezionalmente ospitato.

(1 – segue)

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