File 107: nuovo declassamento di Massimo Gramellini

«Si sa che a Roma il sole fa il suo mestiere tutto l’anno,
senza ridursi a un biscotto giallo immerso in un cielo di caffelatte

(da un Buongiorno di Massimo Gramellini)

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Con l’ultimo romanzo pubblicato da Longanesi, Fai bei sogni (2012), il rating di Massimo Gramellini ha preso una brutta piega, e lo si è dovuto rivedere al ribasso.

Il processo di revisione non è stato complesso, poiché i temi, gli stilemi e la cifra stilistica applicati dall’autore hanno ripercorso la via già seguita sia dagli elzeviri quotidiani pubblicati su La Stampa, sia dal romanzo precedente L’ultima riga delle favole, di cui ci siamo già occupati.

In Fai bei sogni il piccolo Massimo, alter ego dell’autore, conduce un’infanzia infelice perché privata della mamma, morta prematuramente. Per quarant’anni, al protagonista vengono taciute le reali circostanze di quella morte; e l’autore le rivela a pagina 186, riportando un articolo giornalistico dell’epoca.

Nelle pagine del volume l’area di stampa è stretta e i margini ampi, cosicché la lettura procede svelta. La narrazione, facilitata da uno stile che sta fra il giornalistico e il colloquiale, è costellata da una gran quantità di aforismi sul senso della vita, sull’amore, sulla felicità, sulle illusioni, sulle sconfitte, sulla morte, sulla sofferenza, sulle infatuazioni, sulle canzoni dell’estate, sull’energia vitale, sulla disperazione, sulla fuga, sull’egoismo, sulle rinunce, sui sogni, sulla solitudine, sulle domande, sul viaggio, sulla finzione, sul desiderio, sull’anima.

«In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.»

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Il tema di partenza, pur interessante, è trattato in maniera prevedibile e scontata, con l’utilizzo dell’ampia gamma di metafore e riflessioni aforistiche che si può ravvisare – se non letteralmente, almeno nella sostanza – nella consolidata produzione giornalistica dell’autore.

«Mi sono preso una cotta formidabile. Fra fuochi e chitarre, in riva al mare e dentro un sacco a pelo. Perché tutti, una volta nella vita, abbiamo diritto di credere che le canzoni dell’estate siano state scritte apposta per noi.»

L’andamento del racconto è improntato alla superficialità, i personaggi sono privi di profondità e il dramma di fondo della storia – quarant’anni di assenza della madre sublimati nel non conoscere la verità sulla sua morte – viene infine trattato in poche pagine. L’immagine della madre defunta rimane sfocata, e il ricordo di lei non prende sostanza.

«Assunto in un giornale dopo appena un anno di gavetta. E innamorato, finalmente! Mamma, se devo proprio raggiungerti, fa’ che sia ora. Non esisterà mai un momento migliore per morire.»

L’impressione è che l’intera vicenda, pur vissuta con autenticità dall’autore, sia stata restituita alla pagina senza l’accuratezza e la sensibilità necessarie, sia per il poco tempo dedicato alla stesura del romanzo (non ci stupiremmo se vi si fossero impiegate poche settimane), sia per l’urgenza di confezionare un prodotto di grande appeal mediatico, alimentato dalla consolidata presenza dell’autore sulla stampa e dalle ricorrenti apparizioni televisive, funzionali alla promozione sul mercato librario.

«La felicità non è figlia del mondo, ma del nostro modo di rapportarci a esso. Non dipende dalla ricchezza, dalla salute e neanche dall’affetto di un’altra persona. Dipende solo da noi.»

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La storia avrebbe potuto avere ben altra consistenza artistico-letteraria se il genuino afflato di realizzazione fosse stato meditato e introiettato a dovere, con l’urgenza governata da istanze letterarie autentiche. Ci troviamo invece di fronte a un giornalista dalle grandi doti, che però non sembra avere gli strumenti per affrontare una vera e sostanziale trasfusione del sé nella sfera letteraria.

Ciò che ne esce, dunque, è un prodotto editoriale di valore modesto, confezionato con l’uso abbondante dell’ironia tipica degli elzeviri, e “truccato” da un finale tenuto nascosto per alimentare un’aspettativa nel lettore.

Lo stesso travaglio esistenziale del protagonista alter-ego, che dovrebbe essere al centro e permeare l’opera, si stempera e perde efficacia – e dunque significato – nel racconto degli ampi stralci  della vita dorata del protagonista: un solo anno di gavetta nel grande mondo giornalistico, le ragazze, le belle vacanze, gli stimolanti ambienti romani.

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Tutto ciò premesso, procediamo al declassamento del rating della produzione di Massimo Gramellini, che viene abbassato di due livelli, a BB-.

Si tratta della soglia inferiore prima della fascia di valore letterario e culturale basso (B). L’outlook dell’autore, tuttavia, resta positivo: ciò in quanto la ripetizione continua di calchi e stilemi simili e la riproposizione degli stessi temi, alimentate dagli strumenti che l’autore ha a disposizione – ruolo primario in un quotidiano nazionale e presenza in uno spazio televisivo capace di legittimare certi orientamenti culturali – risultano molto efficaci nel fidelizzare un ampio parco lettori, desideroso di rivivere narrazioni e concettualizzazioni ben riconoscibili e dall’immediatezza rassicurante.

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Quotations

«Ogni ragazzo ha una fuga dentro il cuore e il sistema più sicuro che conosce per scappare da se stesso è invaghirsi di chi non fa per lui.»

«Non so se in amore vince chi fugge, ma di sicuro chi perde rimane dov’è: immobile.»

«I mostri del cuore si alimentano con l’inazione. Non sono le sconfitte a ingrandirli, ma le rinunce.»

«Ancora una volta mi ero illuso che la vita fosse una storia a lieto fine, mentre era soltanto un palloncino gonfiato dai miei sogni e destinato a esplodermi sempre fra le mani.»

«Non siamo scimmie evolute ma divinità decadute.»

«Non sfuggirà a nessuno che io avanzavo nella giungla dei massimi sistemi agitando dei blandi punti interrogativi, mentre lei impugnava gli esclamativi come daghe.»

«Mi guardò in un certo modo. Come ti guarda una donna quando ha deciso di scommettere su di te.»

«E la vita? Mi fa paura l’idea di sprecarla. Se la morte è un viaggio, immagino che la vita sia il prezzo del biglietto.»

«Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni taroccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.»

«Non difesi il mio sogno, per la semplice ragione che non lo ascoltavo più. I sogni sono radicati nell’anima e la mia era fuori servizio.»

*     *

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